Non è solo una mostra, ma un’indagine sul nostro tempo. “Ritratti del tempo presente”, progetto espositivo di Massimo Migoni curato da Roberta Vanali, affronta uno dei nodi centrali dell’arte contemporanea: il rapporto tra creatività, identità e intelligenza artificiale.
L’ingresso dell’IA nel dominio estetico non si configura come una semplice innovazione tecnologica, ma come una vera e propria rimodulazione del concetto di creazione artistica. Se il pennello è stato l’estensione della mano e la fotografia quella dell’occhio, oggi l’intelligenza artificiale si propone come un’estensione del linguaggio e della memoria collettiva, capace di assorbire, rielaborare e restituire la complessità del presente.
Migoni utilizza l’IA non come scorciatoia, ma come amplificatore concettuale. Attraverso strumenti di generazione visiva, l’artista rende visibili elementi che normalmente restano in ombra: pulsioni collettive, crisi ambientali, fragilità individuali. Le immagini che ne derivano non cercano armonia rassicurante, ma si muovono su un terreno volutamente disturbante e radicale, mettendo lo spettatore di fronte a un’estetica della complessità.
Il progetto suggerisce una riflessione profonda sul significato stesso del ritratto. Qui non si tratta più della rappresentazione di un volto, ma della mappatura di un’identità collettiva in costante mutazione. In un’epoca in cui l’identità tende a trasformarsi in prodotto, il ritratto diventa uno degli ultimi spazi capaci di restituire stratificazione e ambiguità. L’intelligenza artificiale, in questo contesto, apre un dialogo di soglia tra l’artista e i suoi demoni interiori, tra coscienza individuale e memoria globale.
All’interno della mostra si distinguono due principali filoni espressivi. Il primo, più dinamico, è caratterizzato da tratti eterei e rarefatti, dominati da una palette di colori freddi. Qui la rifrazione della luce tra acqua e plastica genera un intreccio di materiali di scarto, un caos visivo reso iper-dettagliato, che sfida la capacità dell’occhio umano di distinguere il singolo elemento.
Il secondo filone, più statico, richiama invece la scultura classica e la pittura barocca. In queste opere l’elemento sintetico non si fonde con la pelle, ma costruisce vere e proprie strutture architettoniche attorno al volto. Le superfici assumono finiture che evocano la porcellana o il marmo levigato, mentre la luce diventa teatrale, concentrata, studiata per accentuare la profondità dei tratti e la solennità dell’immagine.

Attraverso questo doppio registro, Migoni dimostra la capacità dell’intelligenza artificiale di gestire texture, materiali e atmosfere complesse, aggiornando il linguaggio dell’arte classica per confrontarsi con la crisi del presente. Il concetto tradizionale di ritratto viene così scardinato, lasciando spazio a una identità filtrata dalla memoria globale della rete, resa visibile grazie a un processo di costruzione consapevole.
Gli strumenti utilizzati — tra cui MidJourney, Bing e Firefly di Adobe — non operano in autonomia, ma rispondono a un sistema di prompt accuratamente costruiti: istruzioni testuali e visive che orientano la generazione delle immagini, traducendo un’idea in forme, simboli e atmosfere coerenti. Non una descrizione generica, ma un atto progettuale preciso, parte integrante del processo artistico.
In questo spazio di confine, dove lo sguardo umano si sovrappone a quello della macchina, “Ritratti del tempo presente” restituisce un’immagine lucida e inquieta dell’identità contemporanea: ibrida, stratificata e irrimediabilmente sintetica. Un ritratto che, più che rappresentare, interroga.